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TESTIMONIANZE DEI GRANDI PENSATORI SULL'ESISTENZA DI DIO

 

PREMESSA
Il pensiero grandi pensatori dell’umanità e le testimonianze di eminenti scienziati vengono raccolte da Alberto Farges, dottore in filosofia, nell’aureo volume l’idea di Dio (con sottotitolo “La ragione e la scienza”). Nel capitolo 4° intitolato “Controprova dedotta dal consenso universale”.
Ci siamo permessi di riportarlo quasi integralmente introducendo semplicemente alcune modifiche lessicali sulla traduzione del 1902.
Ci siamo permessi di aggiungere una piccola pendice dedicata all’atteggiamento religioso di quel genio universale che ha nome Leonardo Da Vinci.
Ovviamente viene a mancare la sequela di pensatori e di scienziati che si sono espressi a partire dall’inizio del secolo scorso. Una ricerca ed una esposizione che non ha fine e che ci proponiamo di completare in qualche modo attingendo all’interminabile scaffale di libri e pubblicazioni su un tema che è ancora al centro di una riflessione che è scientifica, oltre che religiosa.

I FILOSOFI GRECI
Interroghiamo prima di tutto i grandi pensatori della Grecia, la terra classica delle lettere, delle arti, della filosofia, delle scienze esatte e naturali.

Senofane e Anassagora
Fin dal primo risvegliarsi della riflessione filosofica, noi vediamo l’idea della divinità, che una mitologia poetica e popolare aveva ridotto in frammenti, riconcentrarsi nella sua unità essenziale. Senofane, fondatore della scuola d’Elea, combatte l’antropomorfismo politeista e dimostra, come osserva Aristotele(1), l’unità di Dio sia dall’unità della natura, sia con un argomento a priori. Ma il suo linguaggio che risente talvolta del naturalismo panteistico, cioè, un politeismo mascherato, rappresenta più che una rottura netta con quest’errore una transizione verso il monoteismo attestato da Assapora, da Socrate, da Platone e da Aristotele. Qui il vero spiritualismo appare nettamente e corrisponde con l’apogeo della civiltà greca.

Socrate
Socrate è giustamente considerato il fondatore del monoteismo filosofico: unità e personalità divine, provate specialmente con l’argomento della contingenza e delle cause finali; provvidenza universale e anche provvidenza particolare che s’interessa della sorte degli individui, necessità della preghiera specialmente per il bene dell’anima; immortalità dell’anima e sanzione per il vizio e la virtù; tutte queste idee fondamentali sono formulate da Socrate.
A noi basti citare questo bel passo di Senofonte (2):
Ecco il colloquio che un giorno, in mia presenza, Socrate ebbe con Aristodemo sulla divinità. Sapeva che Aristodemo non sacrificava mai agli Dei e che anche beffava le pratiche religiose. Aristodemo, gli disse Socrate, vi sono uomini di cui ti ammiri il talento e la sapienza? – Senza dubbio – Quali sono? – Io ammiro soprattutto Omero nella poesia epica, Sofocle nella tragedia, Policleto nella statuaria, Zeus nella pittura. – Quali artisti trovi più ammirabili, quelli che fanno figure spoglie di pensiero e di movimento, o quelle che producono esseri animati, dotati della potenza di pensiero e di agire? – Senza dubbio quelli che creano esseri animati, se però questi esseri sono l’opera dell’intelligenza e non del caso. – Tra opere la cui destinazione non appare in nessuna maniera e quelle il cui fine e l’utilità è manifesta, quali riguardi come l’effetto d’una causa intelligente e quali come il prodotto del caso? – E’ chiaro che bisogna attribuire a un’intelligenza quelle che hanno un fine, una vera utilità. – Non ti sembra che quello che creò gli uomini all’origine ha dato loro gli organi perché son loro utili, gli occhi per vedere, le orecchie per sentire? Avremmo noi il senso del dolce e dell’amaro, se noi non avessimo l’organo della lingua? Non è un’attenzione della Provvidenza l’aver munito i nostri occhi di palpebre capaci di aprirsi, di chiudersi al bisogno, di aver collocato le ciglia, le sopracciglia per proteggere questi occhi delicati? Non è anche un’opera provvidenziale che i denti anteriori siano fatti per trinciare, i molari per tritare ecc. Tutte queste disposizioni così bene prese, le attribuirai tu al caso o a qualche disegno? – Io vedo bene che considerando così, esse parrebbero l’opera d’un artista intelligente. – Similmente per questi esseri senza numero che ci circondano: io ti domando, credi tu che una causa cieca abbia potuto disporli nell’ordine in cui noi li vediamo? Forse, disse Aristodemo; perché io non vedo in essi la causa che li dirige, come io vedo gli autori nelle nostre opere d’arte. – Ma tu non vedi neppure l’anima che dirige e domina il tuo corpo; puoi concluderne che tutto nella tua persona si faccia a caso, senza giudizio, senza disegno?. Qui Aristodemo, messo tra l’uscio e il muro, tentò una deviazione; non osò più negare l’esistenza di un Dio, ma aggiunse: “Caro Socrate, io non disprezzo la Divinità, ma la credo troppo elevata perché essa possa aver bisogno del mio culto”. – Ma precisamente, quanto più la sua grandezza si degna prendere cura di noi, tanto più tu devi onorarla. (3)

Platone
Platone aveva ben ragione di gloriarsi d’essere stato discepolo d’un così grande maestro, ma l’ha superato con il magnifico sviluppo dato al suo stesso pensiero e con l’apporto delle stupende intuizioni del proprio genio. Questo filosofo impiega già il vero processo scientifico della ragione per elevarsi a Dio.
Egli prende le cose create per punto di partenza. Il finito è, infatti, il punto d’appoggio del nostro slancio razionale, che ci eleva verso l’infinito.
L’argomento delle cause finali si trova svolto nel Timeo e nel Fedone (4); la prova della contingenza o dalla causa efficiente si trova ugualmente formulata in un gran numero di passi. Platone si è servito delle prove cosmologiche per arrivare all’esistenza di Dio. Si è appoggiato specialmente sulle prove psicologiche e morali, particolarmente su quelle che si possono dedurre dalla natura, dall’origine delle idee e dalle aspirazioni della nostra anima. Queste prove convenivano a meraviglia alla natura del suo genio. “Vi è -dice- al di là della scienza, l’Essere stesso e la stessa verità che danno alle cose la loro verità, e agli spiriti la forza di conoscerle, e vi sarebbe al di là della scienza, la visione lontanissima di questo stesso Essere, ch’è il bene sovrano (5)”. Se la scienza e la verità sono belle, la loro sorgente è ancora più bella.
Le idee necessarie ed eterne sono immagini e riflessi del bene sovrano.
“Alla vista di questi fantasmi divini e di queste ombre, chi può giudicare che esse siano prodotte da un sole corrispondente (6)?”. “Vi è dunque qualche cosa di bello, di buono e di grande per sé stesso; per me non trovo nulla così evidente, quanto l’esistenza del Bello e del Buono”. Notiamo che questo Dio di Platone non è un’idea astratta, ma un vivente assoluto, intelligibile e perfetto, il vivente che è, e nel quale si trovano le idee. Egli ha prodotto tutto il mondo.
“Al nome di Dio -grida questo filosofo- ci si persuaderà facilmente che Colui il quale è assolutamente, non ha né il movimento, né la vita, né l’anima, né il pensiero; che egli è inerte e privo dell’augusta e santa intelligenza? Diremo che ha l’intelligenza, ma che non ha la vita? Diremo che ha l’una e l’altra, ma non ha personalità? Diremo che è personale, intelligente, vivente, ma inerte? Tutto ciò sarebbe assurdo”.
Ricordiamo anche la sua bella prova di Dio dalla voce della coscienza, o ciò ch’egli chiama il senso divino, e queste belle parole che mette in bocca a Socrate. “V’è una voce divina che mi parla… Questa voce s’è fatta sentire a me dopo la mia infanzia… Questa voce è quella di Dio che mi comanda di vivere cercando la sapienza e la conoscenza di me stesso… Io devo dunque obbedire a Dio piuttosto che a voi, o Ateniesi(7)”.
A Platone si deve l’onore d’aver per primo messo in luce quell’elemento innato, voce della coscienza, attrattiva del sommo bene, genio divino, o senso divino, che porta verso Dio, l’anima pura, spoglia di passioni, e d’aver formulato questo precetto, semplicemente sublime, che noi dobbiamo andare a Dio non solo col ragionamento, ma con l’anima tutta intera (8).

Aristotele
Questa teodicea di Platone si ritrova intera nelle opere di Aristotele, ma svolta sotto un punto di vista più scientifico e più rigoroso. Aristotele era uno scienziato, nel senso moderno della parola; il suo genio osservatore e ragionatore, ancora più che intuitivo, gli ha fatto preferire le prove cosmologiche che partono dal sentimento o dell’idea; ma la sua dottrina e le sue conclusioni sono in fondo le stesse.
Si è voluto vedere tra loro una differenza di metodo; Aristotele che prova Dio per via induttiva, mentre Platone l’avrebbe scoperto per via deduttiva, ma questa osservazione non è più esatta: l’uno e l’altro s’innalzano a Dio col principio di causalità non mai con quello di identità. Il loro metodo è dunque induttivo e per nulla deduttivo e geometrico. Uno rende l’idea di Dio attraverso il dialogo e la poesia; l’altro la formula freddamente col rigore e la precisione che conviene alla scienza; si può anche dire che, per Aristotele, l’idea di Dio è la risultante e come l’idea finale di tutto un vasto sistema scientifico, le cui grandi linee formano anche la base della scienza moderna. A lui non dobbiamo la prima dimostrazione completa e scientifica dell’esistenza di Dio dal movimento che occupa quasi tutto l’8° libro della sua Fisica. A lui specialmente dobbiamo la conclusione che ne deduce sulla natura di Dio, che è un atto puro, non includente alcuna potenza, né alcun divenire, ma la pienezza attuale dell’essere (9). Ci basta ricordare qui il suo accordo con Platone, perché tutti i geni di primo ordine sono d’accordo su questo punto fondamentale, anche se essi non parlano lo stesso linguaggio e possono sembrare in disaccordo.
A questo proposito Cicerone osserva:
“Tra l’Accademia e il Portico non v’è qui che differenza di parola”. (10)

Cicerone
Sarà bene sentirlo ragionare la sua fede nell’esistenza di Dio.
“Quale uomo -ci dice- vedendo i movimenti del cielo, la disposizione regolare e costante degli astri e i loro rapporti armoniosi, potrebbe negare che tutto vi avvenga con ordine? Quando noi vediamo una sfera, una macchina muoversi per indicare le ore, non dubitiamo ch’essa sia l’opera di un artista dotato d’intelligenza; quando si tratta dei movimenti del cielo, si costanti, si bene ordinati, potremmo dubitare di più che siano regolati da una ragione eccellente e anche divina?” (11). “Alla vista di questi movimenti degli astri così costanti, così bene ordinati il filosofo deve comprendere che v’è in cielo un padrone, un governatore, l’architetto della magnifica opera che noi contempliamo” (12).
Cicerone confuta in seguito la teoria del caso e degli atomi, con l’argomento delle 24 lettere dell’alfabeto, che, gettate a caso sono incapaci di formare gli Annali di Ennio : “Se la coincidenza degli atomi può formare il mondo, perché non forma mai case, tempi, città? Sarebbe meno difficile e molto meno complicato”. L’argomento della voce della coscienza e la necessità dell’ordine morale non è stato svolto con meno efficacia. “Vi è -dice Cicerone- una legge sempre retta, comune a tutti popoli, costante, eterna, che comanda d’osservare, il dovere, che proibisce la frode e l’ingiustizia. Nessuno può abrogare questa legge, nessuno può abolirla. Né il Senato, né il popolo possono dispensarne ed è essa stessa che si spiega e s’interpreta. Non è una a Roma, un’altra ad Atene, in un modo qui, e differente altrove. Sempre una, immutabile, in tutti i tempi e in tutti i luoghi; si impone a tutti. E’ Dio che parla e comanda per essa, Dio n’è l’autore, il legislatore, chi la viola agisce contro la stessa natura dell’uomo, e subirà pene gravissime per questa violazione, anche quando sfuggisse in apparenza alle vendetta delle leggi” (13).

Galieno
Due secoli dopo Cicerone, il più grande scienziato naturalista apparso dopo Ippocrate, terminava la sua grande opera De Usu partium con questa magnifica professione religiosa: “Mi sembra che scrivendo queste linee io abbia composto un vero inno in onore di Colui che ci ha fatto e stimo, che la pietà solida non consista soltanto nel sacrificargli ecatombe, ma nel far conoscere agli altri la sua sapienza, la sua potenza e bontà e nel mostrare come Egli ha messo tutte le cose nell’ordine e nella disposizione più convenevole alla loro mutua conservazione; perché far sentire a tutta natura i suoi benefici, è dare prova d’una bontà ch’esige da noi un tributo di lode”.
Dopo un esame anatomico dei muscoli e del loro meraviglioso meccanismo nelle membra umane, questo stesso scienziato scriveva: “Se ciò non ha altra causa se non il caso, dove si troverà un’opera fatta con arte, con disegno?”. E’ sempre il grido di ammirazione che ogni scienziato dovrebbe lasciarsi sfuggire a misura che lo scalpello e il microscopio gli fanno vedere più da vicino i dettagli infiniti di questa meraviglia.
Se dai sapienti del paganesimo noi passiamo ai Padri della chiesa e ai grandi dottori del medio evo, noi riscontreremo testimonianze innumerevoli, che ci sarebbe impossibile riassumere in poche pagine.
Ne citeremo qualcuna tra le più celebri.

Tertulliano
“Fin dall’origine -scriveva Tertulliano- il Creatore s’è rivelato nello stesso tempo che la sua opera, la quale ha precisamente il fine di far conoscere Dio. Né pensiate che la conoscenza di Dio sia nata col Pentateuco… La grande maggioranza del genere umano non aveva mai inteso parlare di Mosè e meno ancora dei suoi libri, e tuttavia conosceva il Dio di Mosé, anche quando essa era dominata dalle tenebre dell’idolatria. Essa lo distingueva dai suoi idoli, lo chiamava Dio col nome che gli è proprio, o il Dio degli Dei; essa manifestava la sua gloria con locuzioni di questo genere: Se Dio l’accorda; se piace a Dio; io mi raccomando a Dio…”. I libri di Mosè non vi hanno a che fare. – L’anima è anteriore alla profezia, perché la coscienza è la dote originale dell’anima. Essa non varia, ma è la medesima in Egitto, in Siria, nel Ponto. Tutti vedono nel Dio degli Ebrei il Dio dell’anima. Dio ha le sue testimonianze; ha per testimoni tutto ciò che noi siamo e il mondo in cui viviamo”. (14) Ma il grande apologista ha soprattutto riconosciuto Dio nella bellezza della natura, che egli celebra con rara magnificenza. “Se ti viene offerta una rosa -dice a Marcione- tu non oserai più disprezzare il Creatore.. Prendiamo ciò che v’è di più infimo: un umile fiore, non dico del prato, ma della siepe; la conchiglia d’un mare qualunque, come quella del Mar Rosso; l’ala del più insignificante uccello, come il magnifico ornamento del pavone, ti mostrano essi nel Creatore un autore disprezzabile?”. (15)

S. Clemente di Alessandria
Clemente di Alessandria, il capo della famosa scuola d’Alessandria, che ha gettato un così vivo splendore nel mondo delle lettere e della filosofia, ci ha lasciato una bella enciclopedia delle scienze divine e umane, dove dimostra l’accordo della ragione e della fede. Insiste con forza sulle prove psicologiche e morali, che piacevano al suo genio contemplativo. – “Tutti gli esseri hanno naturalmente, e senza che si insegni loro, qualche sentimento dell’esistenza del loro padre e Creatore comune… L’idea del Dio unico e onnipotente è sempre esistita nelle menti rettamente pensanti per una manifestazione naturale”. (16)

S. Agostino
Queste prove piacevano anche al genio intuitivo di S. Agostino.
“Dio è il centro di ogni sussistenza, la ragione di ogni conoscenza, la regola d’ogni buona vita” (17).
“Le verità sono intangibili solo perché sono illuminate da un altro sole che è il loro” (18). Queste massime riassumevano per lui la teodicea platonica. Ma ci sbaglieremmo in modo strano se si credesse che egli disdegnava le prove cosmologiche che talvolta ha meravigliosamente svolte dando loro la priorità.
“Interrogate la bellezza della terra, interrogate la bellezza del mare…, interrogate la bellezza del cielo…, interrogate gli animali, le anime nascoste, i corpi che si vedono, gli esseri visibili che sono governati, gli esseri invisibili che governano, interrogate queste cose, e queste cose vi risponderanno: Vedete, noi siamo belle! La loro bellezza, ecco ciò che proclamano. Chi ha fatto queste bellezze svariate se non una immutabile bellezza? I filosofi sono poi venuti all’uomo, per poter sentire e conoscere Dio, Creatore dell’universo, e nell’uomo hanno esaminato insieme il corpo e l’anima…: e hanno trovato che nell’uomo stesso l’anima e il corpo erano mutevoli. Il corpo cambia per l’età, per la corruzione, per gli alimenti, per ciò che riceve, per ciò che prende, per la vita, e per la morte. I filosofi hanno trovato che anche l’anima era mutevole; ora vuole, ora non vuole…ora ignora, ora s’innalza alla sapienza, ora si lascia andare alla follia… Essi sono passati oltre, perché hanno cercato qualche cosa d’immutabile. Così sono arrivati a conoscere Dio che ha fatto queste cose, dalle cose che ha fatto” (19).

S. Anselmo
S. Anselmo cerca di veder Dio nello specchio delle anime, anziché in quello delle creature sensibili. “E’ evidente -scrive questo santo Dottore- che questa sovrana natura, non si può vedere in sè stessa, e che non si può vedere che per intermediario; ma è certo che ciò che può meglio elevarci fino alla sua conoscenza, è la vista dell’essere creato che gli somiglia di più. Si può dire dell’anima, con tutta sicurezza, che essa è per sé stessa uno specchio, dove vede l’immagine di Colui che non può contemplare faccia a faccia” (20).
E termina l’opera sua filosofica con questa ammirabile conclusione: “Hai tu trovato, anima mia, tutto ciò che cercavi? Tu cercavi Dio. Tu hai trovato che Dio è tale essere che non se ne può pensare uno maggiore; esso è la stessa vita, la luce, la sapienza, la bontà, la beatitudine eterna, la felicità eterna; che esso è tutto ciò dovunque, sempre… Veramente, Signore, è una luce inaccessibile questa luce che voi abitate; e niente può penetrarla fino a vedere voi stesso. Io dunque non la vedo: essa mi supera; non v’è proporzione tra essa e me; e tuttavia vedo per essa tutto ciò che vedo, allo stesso modo che il mio debole sguardo vede la luce del sole tutto ciò che vede, quantunque non possa guardare la luce dello stesso sole” (21).

S. Tommaso
S. Tommaso ha edificato, per così dire, tutta la dottrina filosofica sull’esistenza, la natura e gli attributi di Dio, nella sua somma contro i Gentili e nella sua Somma teologica, due monumenti incomparabili, d’una “densità metallica”. Tutte le obiezioni antiche vi si trovano lealmente esposte e confutate con metodo e rigore scientifico. Crediamo che sarà difficile aggiungere qualcosa di essenziali alla sua opera. L’opera di S. Tommaso, essendo densa di pensieri e anche di testi di questo angelico Dottore, noi crediamo sia inutile insistere sulla sua importante testimonianza in favore dell’esistenza di Dio e quindi passiamo a quella dei più illustri scienziati dal sec. XVI al XVIII.

Copernico
Copernico (1473-1543) era un sacerdote pio e caritatevole, oltre ad essere uno scienziato di primo ordine. Il pensiero della Sapienza del Creatore gli ha fatto sospettare la falsità del sistema astronomico di Tolomeo e l’ha guidato nella grande riforma scientifica che ha immortalato il suo nome.
“La sapienza di Dio è così grande che dimostra la falsità del sistema astronomico del precedente sistema” (22).

Galileo
Galileo (1564-1643) ha aderito alla dottrina di Copernico per la stessa ragione e conserva alla base dei suoi lavori il pensiero religioso, stimando che i progressi dell’astronomia non possono che accrescere nella nostra anima il sentimento d’adorazione verso il Creatore del mondo. (23)

Bacone
Bacone (1560-1626) malgrado tutte le sue inconseguenze, è uno spirito profondamente religioso: la sua grande opera Instauratio magna, comincia con la preghiera e si è composto un volume intero dei suo pensieri. Di lui si citano spesso queste belle e profonde parole: “Un po’ di filosofia naturale porta gli uomini verso l’ateismo; ma una filosofia più profonda li riconduce alla religione. Infatti, l’intelligenza umana finchè esamina le cause seconde nel loro isolamento, può arrestarvisi e non andare più in là; ma quando essa s’innalza alla contemplazione del legame stretto che le raduna e le riunisce, l’è necessario di ricorrere all’idea della Provvidenza divina”. (24)

Descartes
Descartes (1596-1650) avrebbe commesso meno gravi errori, se avesse sottoposto umilmente la sua ragione al controllo dell’esperienza, secondo il consiglio di Bacone; ma non si può dubitare dei sentimenti religiosi che ha professato durante la sua vita, anche negli scritti scientifici e in una maniera sorprendente in punto di morte. Piuttosto gli si può rimproverare certe esagerazioni, per esempio, quando fa della credenza nella veracità divina, la base necessaria della certezza filosofica, e quando stabilisce i suoi principi di meccanica, a priori, sulla natura e attributi di Dio. (25)

Klepero
Sintetizzando le due tendenze contrarie di Descartes e di Bacone, Klepero (1571-1630) resta fedele all’idea di Dio, dove trova il principio e lo slancio della sua ricerca scientifica. Per lui la scienza consiste nel “ripensare i pensieri del Creatore” e a cercare nella natura l’unità di questi pensieri. “Felici -grida Klepero- quelli cui è stato dato d’elevarsi verso i cieli!... E’grande, nostro Signore! Cielo, sole, luna pianeti proclamate la sua gloria, con qualsiasi linguaggio, col quale voi potete esprimere le vostre espressioni! Proclamate la sua gloria, armonie celesti… E tu, anima mia, canta la gloria dell’Eterno durante tutta la mia esistenza”. (26)

Newton
Il grande Newton non disapproverà questo linguaggio. La grande scoperta dell’attrazione universale non fece che aumentare nella sua anima l’ardore della sua fede in un Dio unico e sovranamente saggio. Riducendo a una legge unica le tre leggi astronomiche di Klepero, egli fece fare alla scienza un passo immenso nella via dell’unità e della semplicità. Ora, dice, “non è forse una prova che noi ci avviciniamo a Dio, a misura che arriviamo a leggi più semplici e più generali?” (27). Perciò con un atto di fede egli termina i suoi Principi Matematici, gridando: “Un Dio senza sovranità, senza provvidenza e senza scopo nelle sue opere, non sarebbe che il destino o la natura. Ora, da una necessità metafisica cieca, che è dovunque e sempre la stessa, nessuna variazione potrebbe nascerne. Tutta questa diversità di cose create secondo i luoghi e i tempi, che costituisce l’ordine e la vita dell’universo, non può essere prodotto che dal pensiero e dalla volontà di un essere che sia l’Essere per sé stesso e necessariamente.” (28)

Leibnitz
Leibnitz il più grande dei matematici e filosofi tedeschi del sec. XVII, è stato guidato dalle stesse idee. Ci dice lui stesso che la sua grande scoperta matematica del calcolo differenziale è stata attinta “alla sorgente filosofica più profonda” (29) e tutte le spiegazioni delle leggi della natura sono riferite dell’idea di Dio: “Queste leggi -scriveva- non dipendono dal principio della necessità, come le verità logiche, aritmetiche o geometriche, ma dal principio della convenienza, cioè dalla scelta della saggezza. Ed è una delle più efficaci e delle più sensibili prove dell’esistenza di Dio per quelli che possono approfondire queste cose” (30). La sua famosa teoria dell’armonia prestabilita non è che un’esagerazione del suo sentimento profondo dell’azione di Dio nel mondo.

Bossuet e Fènelon
Verso la medesima epoca, due geni di tempra differente, ma egualmente religiosi, Bossuet e Fènelon, ci davano due magnifici trattati dell’esistenza di Dio. Fènelon svolge soprattutto le prove popolari tratte dalle maraviglie del mondo. Egli lo fa con una perfetta lucidità, con un’eleganza rara e anche con un’abbondanza di sentimenti teneri ed elevati che fanno di questa lettura l’equivalente di una preghiera. Bossuet, nella Conoscenza di Dio e di sé stesso, riprende la stessa prova, ma con svolgimenti scientifici molto più profondi.
Egli si indirizza ai dotti che trovano, infatti, il suo lavoro molto superiore a tutto ciò che era apparso fino allora. La sua descrizione delle “Meraviglie del corpo umano” fu soprattutto notata, e il cardinale de Beausset ci ha dato il segreto di questa scienza rivelandoci che il Vescovo di Meaux s’era fatto il discepolo del celebre anatomista Duverney che dava conferenze alla corte di Luigi XIV. Nessuno ha parlato così mirabilmente della Provvidenza che l’autore del Discorso sulla storia universale; nessun oratore è stato più eloquente, nessun pensatore più profondo e più sublime, sulle grandezze e sulle sue bellezze divine, di Bossuet nei suoi Sermoni e nelle sue Elevazioni.

Diderot
Se amassimo le antitesi, noi potremo avvicinare a Bossuet e a Fènelon, Diderot, Voltaire, Rousseau ed altri spiriti forti del sec. XVIII.
La corruzione dei costumi avendo invaso l’alta società, non fa meraviglia che essa abbia oscurato in molte anime l’idea di Dio.
Tuttavia si sente ancora questa idea perseguitare le coscienze più scettiche, e manifestarsi nei lucidi intervalli con una forza invincibile – I pensieri su l’interpretazione della natura di Diderot - sono l’opera d’uno scettico o di un incredulo, ma terminano con una preghiera allo stesso Dio di cui egli s’immagina dubitare: “Io ho cominciato dalla natura che essi hanno chiamato la tua opera, e finirò di te, il cui nome sulla terra è Dio. Dio, io non so se tu esista, ma io penserò come se tu vedessi nella mia anima, io agirò come se tu fossi davanti a me!”.

Voltaire
Voltaire s’arresta, suo malgrado, davanti all’esistenza di Dio. Ne prende la difesa, almeno nei suoi intervalli di buon senso, perché la contraddizione con se stesso non lo incomoda punto.
Ed è celebre questa frase:
L’universo m’imbarazza e non posso pensare che questo orologio cammini e non abbia orologiaio; sviluppa poi l’argomento delle cause finali con tutto l’ardore e la convinzione che potremo mettervi noi stessi. Nel suo articolo su Dio, aggiunge: “Non è forse la più enorme delle assurdità (l’ateismo), la più ributtante follia che sia mai apparsa nello spirito umano? Dubitare che io sono, questa demenza mi sembrerebbe evidente, e io lo dico!”.

Rousseau
Quanto a Rousseau, malgrado le sue teorie radicali in morale e in politica, egli difende con convinzione le verità della ragione naturale, compresa la possibilità del miracolo, nella sua professione di fede del Vicario savoiardo e negli altri suoi scritti.

Cabanis
Altri scienziati che l’avevano combattuto nell’ardore della loro giovinezza, modificano a poco a poco le loro idee. Grazie allo studio, all’osservazione, a quella saggezza che l’età porta con sé, essi finiscono col rendere omaggio a quella fede religiosa che avevano sconosciuta.
Tra questi sentimenti tardivi, non ve n’è forse uno più notevole di quello del medico materialista Cabanis, nella sua lettera a M.F. suo amico (31). Sarebbe facile citare ancora grandi nomi, quali Rèaumur, Buffon, Linneo, Jussier e moltiplicare queste testimonianze, perché quasi tutti gli scienziati o i grandi uomini dal sec. XVIII fino a quei feroci rivoluzionari della Convenzione, che proclamarono l’esistenza dell’Essere Supremo, ci hanno lasciato degli attestati o almeno delle confessioni.

Noi abbiamo fretta di passare al sec. XIX le cui testimonianze ci toccano più d’appresso, e poiché la scienza e la regina di questo secolo, ci limiteremo a citare gli scienziati più celebri. Tra i matematici e gli astronomi non abbiamo che l’imbarazzo della scelta. Citiamo a caso quelli che ricordiamo.

Cauchy
Cauchy, che il maresciallo Vaillant chiamava “il più grande matematico dell’Europa” era profondamente religioso: “Io sono cristiano, scriveva, con tutti i grandi astronomi, con tutti i grandi fisici e con tutti i grandi geometri dei secoli passati; io pure sono cattolico con la maggior parte di loro, e se mi si domandasse la ragione, la darei volentieri; si vedrebbe che le mie convinzioni sono il risultato non dei pregiudizi di nascita, ma d’un esame profondo” (32).

Herschel
Herschel, creatore dell’astronomia stellare, cui dobbiamo la scoperta del pianeta Urano e dei satelliti di Saturno, scriveva: “Quanto più il campo della scienza s’allarga tanto più le dimostrazioni dell’esistenza eterna d’una Intelligenza creatrice e onnipotente diventano numerose e irrecusabili. Geologi, matematici, astronomi, naturalisti, tutti hanno portato la loro pietra a questo gran tempio della scienza, tempio innalzato a Dio stesso”. (33)

Le Verrier
Le Verrier che scoprì col calcolo il pianeta Nettuno, era conosciuto nel mondo degli scienziati per le sue convinzioni religiose. Presentando all’accademia le sue ultime ricerche astronomiche, non temeva di proclamare “che esse affermavano le verità imperiose della filosofia spiritualista”.

Faye
Faye non era meno religioso. “Siccome la nostra intelligenza non s’è fatta da se stessa, scriveva, deve esistere un’Intelligenza superiore, donde la nostra deriva. Né rischiamo d’ingannarci considerandola come l’autrice di ogni cosa, riferendo ad essa questi splendori dei cieli che hanno svegliato i nostri pensieri.
Quanto a negare Dio, è come se da queste altezze ci si lasciasse cadere pesantemente sul suolo”. (34)

Laplace
Lo stesso scienziato ci assicura che Laplace non ha professato mai l’ateismo, come si è falsamente preteso. Egli non negava Dio, ma solamente il suo intervento diretto in ciascuna tappa dell’evoluzione dei mondi. Ecco d’altra parte le parole testuali di Laplace: “Newton afferma che il mirabile ordine del sole, dei pianeti, e delle comete, non può essere che l’opera di un Essere intelligente e onnipotente… Ma quest’ordine non può essere forse esso stesso un effetto delle leggi del movimento? E la suprema Intelligenza che Newton fa intervenire non può averlo fatta dipendere da un fenomeno più generale?”(35).
Questo fenomeno sarebbe, secondo Laplace, la famosa nebulosa di cui Dio si sarebbe servito, come causa seconda. Niente d’ateo in una tale ipotesi, che è grandiosa e degna dell’onnipotenza divina. I più grandi fisici di questo secolo ci hanno anche lasciato prove delle loro fede religiosa.

Ampère
Ampère, l’inventore della telegrafia elettrica e delle leggi si semplici e si belle dell’elettro-magnetismo, che l’hanno fatto comparare a Klepero e Newton, era cristiano e praticante. “Noi l’abbiamo visto, dice Sainte Beuve, unire e conciliare senza sforzi, in modo da colpire di meraviglia e rispetto, la fede la scienza”(36). E Valson nei suoi scritti sulla vita intima di Ampère ha dimostrato quanto la fede religiosa di questo grande uomo fosse razionale e scientifica.

Volta
Volta, l’inventore della pila elettrica, uno dei fondatori della scienza dell’elettricità, professava altamente le sue convinzioni religiose cattoliche, malgrado la posizione dei suoi contemporanei.

OErstedt
OErstedt, altro scienziato di prim’ordine, era stupefatto dell’armonia delle leggi del nostro spirito con le leggi della natura. “Qual è dunque la ragione di quest’armonia? E’ -rispondeva- che queste leggi hanno le une e le altre una causa comune, una ragione primordiale, che è anche la potenza primordiale, in una parola: è Dio”.

Mayer
Questo pensiero profondo, che è una delle più belle dimostrazioni scientifiche dell’esistenza di Dio, aveva anche stupefatto Robert Mayer, uno dei fondatori della teoria meccanica del calore. Questo scienziato la svolgeva con compiacenza al congresso scientifico d’Insbruck nel 1869 (37) con un altro pensiero non meno notevole, dove spiega con l’azione costante del Motore universale, la costanza della quantità dell’energia nel cosmo.

Fresnel
Per Fresnel, il principio della semplicità veniva provato dall’unità e semplicità di Dio, e questo principio fu uno dei fattori essenziali delle sue belle scoperte sulla natura della luce, che hanno rinnovato la fisica contemporanea.

Faraday e Liebig
Faraday era un fervente cristiano. La concezione d’una volontà unica, manifestata nella natura, dirigeva i suoi lavori scientifici; Liebig “il più grande chimico dell’Inghilterra” a dire di Moleschott, non disdegnava, anche nei suoi stadi di chimica applicata all’agricoltura, di professare la stessa convinzione.

I. B. Biot
Contentiamoci di menzionare I. B. Biot, il più illustre dei fisici della prima metà del secolo passato, fu anche lui un cristiano praticante. Becquerel, docente della facoltà di scienze a Parigi; Augusto de la Rive, dotto fisico che l’Ateneo di Ginevra nel 1868 ripeteva la prova d’Aristotele per il primo motore; Berthollet; Gay-Lussac, Faraday, il Secchi, Hermite e tanti altri, le cui convinzioni spiritualistiche e religiose sono ben conosciute – Ci rimane ancora da compendiare in poche parole le testimonianze degli scienziati naturalisti del secolo XIX che non sono meno numerosi.

Cuvier
II più celebre di tutti, Giorgio Cuvier, creatore della paleontologia e dell’anatomia comparata, aveva proprio il sentimento di questa unità del piano divino, che gli aveva rivelato la famosa legge della correlazione degli organi. Tutte le sue opere l’attestano e ci ricordano che fu celebrando le meraviglie del Creatore davanti i suoi uditori del collegio di Francia, l’8 Maggio 1832, che egli ebbe il presentimento della sua fine. Durante la sua conferenza, la sua voce prese, d’un tratto, un’espressione di tristezza religiosa che commosse profondamente quelli che l’udivano. Morì, infatti, cinque giorni dopo, all’età di 65 anni.

Agassiz
Agassiz, il celebre naturalista svizzero, termina così la sua grande opera:
“La combinazione di tante concezioni profonde, non solamente manifesta l’intelligenza, ma prova la premeditazione, la sapienza, la grandezza e la provvidenza. Tutti questi fatti e il loro concatenamento naturale proclamano il solo Dio che l’uomo possa conoscere, adorare e amare” (38).

Latreille
Latreille, fondatore dell’entomologia, non era meno rapito dall’ammirazione davanti alle meraviglie che lo studio degli insetti gli scopriva. “Perché, gridava, temeremmo noi di troppo lodare le opere dell’Essere supremo?... Vi sono opere che non danno motivo a una critica razionale e dove non c’è che da ammirare” (39).

Milne-Edwards
Milne-Edwards concludeva: “Fa proprio meraviglia che in presenza di fatti talmente significativi e talmente numerosi, si possono ancora trovare uomini che ci dicono che tutte le meraviglie della natura (vivente) sono puri effetti del caso, o meglio conseguenze forzate di proprietà generali della materia, di questa materia che forma la sostanza del legno e della pietra. Queste vane ipotesi, o piuttosto queste aberrazioni della mente che si designano talvolta sotto il nome di scienza positiva, sono respinte dalla vera scienza” (40).

Lamarck e Darwin
Lamarck, il vero padre del trasformismo, non si credeva dispensato dall’ammettere Dio, causa prima della evoluzione. Egli lo proclama in molti luoghi dei suoi scritti. “La natura è un potere limitato, in qualche modo cieco, questo potere non esiste che per volontà d’una potenza superiore e senza limite… Ogni nostra ammirazione e venerazione deve riportarsi al suo sublime autore” (41).
Altri padri del trasformismo, quali Fallace e Darwin stesso, ammettevano anche una causa prima, intelligente e direttrice. Darwin nella sua prima edizione dell’Origine delle specie si sforzava di rassicurare le coscienze religiose (42); solo più tardi le teorie antifilosofiche e antireligiose hanno cercato di avvalersi sull’ipotesi darwiniana.

G. Saint Hilaire
Geoffroy St. Hilaire, nel 1836 apriva il suo corso con la difesa della Genesi e pubblicava un libro intitolato “Luminosa manifestazione dello spirito di Dio nei fenomeni dell’universo” dove chiama l’ateismo “la più mostruosa delle opinioni”.

Cruiveilhier
Cruiveilhier, il più grande anatomista del secolo, scriveva al principio della sua Anatomia patologica: “Un libro d’anatomia è l’inno più bello che sia stato dato all’uomo di cantare ad onore del Creatore”.

Wurtz
Wurtz, docente della facoltà di medicina di Parigi, proclamava che:
“Le cose non hanno in se stesse la loro ragione d’essere, il loro appoggio e la loro origine, che bisogna subordinarle a una Causa prima, unica, universale, Dio!” (43).

Chevreul
Chevreul non dubitava di fare la sua professione di fede all’accademia delle scienze nella seduta del 4 agosto 1874, e di dirsi cristiano.
Infine ci vorrebbe un volume intero per riunire le numerose testimonianze di Hauy, il creatore della cristallografia, di Quatrefages, dei due Brongnart, di Blainville, di Van Di Beneden, dell’ammiraglio Jurien della Gravière, di Pasteur e degli altri spiritualisti che hanno illustrato le scienze naturali, o che dopo aver professato il materialismo come Broussais (44), hanno riconosciuto il loro errore e reso omaggio alla fede.

Conclusione
Quelli che noi abbiamo enumerati basterebbero ampiamente a provare che tutti i fondatori della scienza moderna e i principali iniziatori del suo sviluppo contemporaneo, sono stati teisti nel modo più decisivo, e che la credenza in Dio è stata per essi, sia il risultato della contemplazione delle meraviglie della creazione, sia il principio direttore delle loro ricerche e d’una quantità di scoperte scientifiche. La maggior parte di questi scienziati sarebbero stati molto sorpresi di sentire dire che la prima condizione d’una scienza seria è romperla con l’idea di Dio, quando questa idea è di fatto, l’alpha e l’omega, il principio è il termine di ogni vera scienza. Temere che l’idea di Dio arresti il progresso dello spirito umano, reclamare l’ateismo nell’interesse della scienza, non sarà dunque mai, per ogni uomo ragionevole e sincero, che una declamazione di settari e di folli.
I matematici, abili nel maneggiare le loro formule, ma che non hanno mai riflettuto sulle loro origini, i fisiologi totalmente assorbiti dalle operazioni dello scalpello o del microscopio al punto di dimenticare le operazioni dell’anima; i naturalisti unicamente preoccupati delle classificazioni vegetali o animali, che non si domandano mai da dove esse provengano ne dove esse vadano; in una parola, gli scienziati assorbiti dai fatti e non curanti delle cause, saranno sempre scienziati inferiori, perché essi si lasciano dominare dai dettagli della scienza invece di dominarli con uno sguardo.

(Albert Farges)